Premessa
L’interesse per l’America latina nasce presto, da quando (negli anni ’70) ero operaio metalmeccanico nella Brianza lecchese e avevo come maestri i delegati sindacali di fabbrica della FLM, alcuni vecchi ex partigiani lecchesi, e gli operai del PCI: con tutti loro le discussioni sulle problematiche internazionali erano costanti.
Dopo i primi trent’anni, vissuti nel nord della Lombardia, durante i quali la passione per l’America latina (politica, letteratura, viaggi), era una mera e giovanile espressione di un hobby privato, con l’89 inizia una esperienza straordinaria: mi trovo ad occuparmi “a tempo pieno”, presso la Direzione nazionale del PCI nel mitico palazzo di Via delle Botteghe Oscure, delle relazioni politiche del PCI (poi del PDS e poi dei DS), con i paesi latinoamericani.
Dopo una quindicina d’anni di questo lavoro (Responsabile nazionale delle relazioni con l’America latina, nei Dipartimenti relazioni internazionali del PCI, poi del PDS, e poi dei DS), con ormai un bagaglio di esperienze, di conoscenze e di rapporti, consolidato e profondo, ho l’occasione di mettere a frutto quanto imparato e costruito in tutto il periodo precedente, entrando a far parte del secondo governo Prodi (2006-2008), con l’incarico di Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri, con delega per l’America latina.
Con la “caduta” del governo Prodi, voluta dal protagonismo di Veltroni che impose la fusione di DS e Margherita, e la prematura costituzione del PDv (veltroniano), decisi di dimettermi da funzionario di partito. Per qualche anno rimasi semplice iscritto e poi nel 2014, recisi anche quell’ultimo legame, passando nel novero degli elettori.
Introduzione
Da sempre ho avuto uno spiccato interesse per la politica estera e per quanto andava succedendo nel mondo. Negli anni ‘70 era ancora il mondo bipolare della contrapposizione USA/URSS e della guerra fredda, della rivoluzione cubana e della crisi dei missili, della primavera di Praga e della guerra in Viet Nam, del colpo di Stato in Cile, dei desaparecidos in Argentina e della rivoluzione sandinista in Nicaragua…Così mi sono formato. Prima in fabbrica, poi nella politica attiva e di base (da volontario e, successivamente, da funzionario a tempo pieno). Purtroppo per me, non – anche – nelle aule universitarie.
Le tematiche latinoamericane hanno fatto presto irruzione nella mia vita, accompagnandomi poi per sempre…
Natale 1973: in Brianza pensando al Cile
In quel periodo ero un giovane operaio metalmeccanico. Avevo iniziato a lavorare in fabbrica, per necessità familiari, già prima dei 15 anni ma, con il ’73, allo scoccare del quindicesimo anno d’età e in possesso del mio bel “libretto di lavoro”, potei finalmente iscrivermi alla FIOM-CGIL ed entrare a far parte della gloriosa FLM, Federazione Lavoratori Metalmeccanici. Ero, come allora tanti ragazzi, affascinato dalla politica che, a quell’epoca, aveva un respiro “globale” – dato il contesto storico, sarebbe meglio dire “internazionale” – dei problemi.
Mi capitò di lavorare per un periodo a Barzago, in una piccola fabbrica metalmeccanica, e ogni tanto veniva a distribuire volantini e a parlarci un giovane sindacalista barbuto, Tino Magni, un tipo schietto e fraterno. Diventammo amici, lui poi arriverà ai vertici della FIOM nazionale, e successivamente verrà eletto senatore per AVS, Alleanza Verdi Sinistra.
Nella pausa pranzo si mangiava quello che la mamma aveva preparato nel pentolino che ci si portava da casa (la “schiscetta”) e prima della sirena dell’una e mezza, che annunciava la ripresa del lavoro, c’era tempo per una partitella a calcio o per leggere qualche pagina: il primo libro -non scolastico- che ho letto da cima a fondo (altro conto è dire se -a quell’età e senza alcuna base- lo abbia anche capito), fu “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, di Friedrich Engels (!). Lo avevo trovato nel cassetto dove mio papà, morto alcuni anni prima, teneva dei libri che aveva preso in sezione (la sezione del PCI di Bomba)… Il volume era delle edizioni Rinascita, ancora di quelli del primo dopoguerra con le pagine unite, da separare con le forbici…
Dei temi internazionali discutevo in un gruppo extraparlamentare (come allora si diceva), Avanguardia Operaia, del cui Comitato lavoratori-studenti feci parte nei primi due anni di Istituto tecnico per geometri “Parini”-serale di Lecco. Le riunioni, nella sede di Via Previati, iniziavano alle 23.00, cioè alla fine delle lezioni, terminavano verso le una di notte! La mattina seguente, entro le 8.00, bisognava “timbrare il cartellino” per una nuova giornata in fabbrica ma, in mezzo, c’era un piccolo dettaglio: come coprire i 15 km per tornare a casa, da Lecco a Dolzago dove vivevo, a quell’ora di notte? Facile, …in autostop (!).
Il Comitato era formato così: eravamo tre o quattro “autentici” lavoratori-studenti, più una decina di studenti delle superiori (diurne) o universitari, quasi tutti “figlio di”, che venivano ad indottrinarci. Non mi ci volle molto a capire che quell’ “avanguardia” di “operaio” aveva quasi solamente il nome e che, per un operaio, quello non era il posto più adatto… Il regalo forse più bello di quel periodo fu la conoscenza con Alberto Anghileri, lavoratore-studente che arriverà a dirigere, molti anni dopo, la Camera del Lavoro di Lecco.
E molto ne parlavamo, dei temi internazionali, nella FGCI (oggi è la Federazione del gioco del calcio; allora …dei giovani comunisti). Mi iscrissi nel ’73 al circolo di Oggiono, comune in provincia di Lecco. Era normale che gran parte delle discussioni, delle letture, delle polemiche, vertessero su ciò che avveniva nel mondo. Ed anche in fabbrica, negli anni in cui sono stato operaio, spesso la discussione con gli altri operai politicizzati, era sugli avvenimenti internazionali.
Nel novembre di quell’anno si tenne a Torino una immensa manifestazione di solidarietà con il Cile. C’era Sandro Pertini, e c’era Hortensia Bussi, vedova del Presidente Salvador Allende. Da Lecco partimmo con i pullman e, quella, fu la prima manifestazione nazionale a cui partecipai: fu sull’America latina! Evento carico di tensione, di dolore, di pathos… Per la prima volta in vita mia sentii le note della musica andina. Chi l’avrebbe mai detto che, oltre trent’anni dopo, a Santiago, avrei pranzato a casa Allende, con la ormai anziana Hortensia, invitato da Isabel, figlia di Allende e deputata socialista…
Il primo volantino, scritto a macchina sulla matrice a carta carbone e stampato al vecchio ciclostile a manovella della locale sezione PCI lo feci, insieme a Corrado Valsecchi ed Enrico Baroncelli: s’intitolava “Solidarietà al popolo cileno”. Era l’inverno del ’73, il Cile era caduto da alcuni mesi sotto la feroce dittatura di Pinochet; il Presidente Salvador Allende, il poeta Pablo Neruda, i musicisti-poeti Violeta Parra e Victor Jara erano morti, come tanti altri patrioti; e noi, ragazzini poco più che quindicenni, la notte di Natale distribuimmo quel volantino davanti alla chiesa parrocchiale di Oggiono. Ci sentivamo “davvero” vicini e solidali con il popolo cileno e le immagini di selvaggia violenza trasmesse dai telegiornali ci indignavano, spingendoci a impegnarci ancora di più. Corrado, sempre estroverso e inquieto, darà vita -molti anni dopo- alla grande associazione culturale lecchese Les Cultures, autentico centro di aggregazione multietnico, regalandola ai suoi concittadini. Enrico, invece, si dedicherà con passione ad un sano giornalismo locale, iniziato in Valsassina.
Il “tema cileno” entrò prepotentemente nella politica del PCI: le riflessioni contenute nei tre lunghi articoli scritti da Enrico Berlinguer, e pubblicati sul settimanale teorico Rinascita, delinearono la strategia del “compromesso storico” proprio analizzando quanto successo in Cile e gli errori della sinistra. Quegli articoli aprirono un profondo e controverso dibattito interno, ed esterno, che ci accompagnò per anni fino all’assassinio di Aldo Moro. Nelle riunioni in sezione o diffondendo porta a porta (quella vera) il quotidiano l’Unità, con Luisa Sozio, con Salvatore Barbagallo, con Carletto Redaelli, con il “Crippone”, con il “Crippetta”, e con molti altri compagni, tra i temi più discussi c’era sempre la politica estera.
Con il gruppo dei più giovani, della FGCI, organizzammo un “corso ideologico” di vari mesi, e ci ritrovavamo in Sezione, di domenica pomeriggio (!): la prima lezione fu sul “Rapporto Dimitrov al VII Congresso del Comintern”, la III Internazionale (il famigerato –lo dico adesso- rapporto sul “social-fascismo”).
A Lecco, successivamente, conobbi e diventai amico di due famiglie di rifugiati politici: una di cileni di cognome Vega (lui straordinario orologiaio), e l’altra di uruguayani. Era impressionante stare a sentire i racconti di ciò che stava succedendo nei loro paesi e di quanto di terribile avevano vissuto direttamente loro o persone a loro vicine: racconti di dolore, di tortura, di violenza, che facevano aumentare la rabbia e la voglia di impegnarsi in politica per “cambiare le cose”.
Si tenevano manifestazioni, cortei studenteschi, sindacali e politici (memorabile un comizio di Giancarlo Pajetta in Piazza Garibaldi a Lecco con migliaia di persone). Erano gli anni della “strategia della tensione”, delle bombe e degli attentati fascisti, del terrorismo delle Brigate rosse e dei “colpi di Stato mancati”. Lecco era una piazza periferica ma la vicinanza a Milano influiva molto. Una sera, di fronte alla fiaschetteria Valsecchi (luogo di ritrovo della sinistra vecchia e nuova), da un’auto i fascisti spararono nel mucchio ferendo varie persone fra le quali Lello Colombo e Guido Alborghetti (quest’ultimo, cui mi legherà nei decenni successivi un costante e profondo rapporto politico ed umano, era consigliere repubblicano al Comune di Lecco e fu poi eletto, per diverse legislature, deputato del PCI).
La musica degli Inti-Illimani a Bomba
Le estati, nelle ferie di agosto, tornavo sempre nel mio paesino abruzzese di provenienza, dove la locale sezione del PCI, in Corso intitolato ad un bombese illustre, Silvio Spaventa, si riempiva di emigrati che rientravano (prevalentemente da Roma e dalla Brianza, milanese e lecchese). Iniziai a frequentare la sezione, dopo la giornata passata al fiume, il Sangro, a pescare, con mio zio Peppino, ex deportato nei campi di lavoro forzato nazisti, invalido di guerra e tra i fondatori della sezione comunista del paese, persona che è stata per me, dopo mio padre Antonio e mia madre Assunta, guida morale ed esempio nello stile di vita.
Il primo incontro con esponenti nazionali del PCI fu una sera d’estate quando in sezione si tenne una assemblea con Tonino Tatò, lo storico segretario di Berlinguer, e la moglie, Giglia Tedesco, per lunghi anni parlamentare. Anche nella sperduta –e spopolata- Bomba si iniziarono a organizzare le feste de l’Unità, in agosto, quando il paesino passava dalle poche centinaia di residui abitanti invernali, ai due-tremila estivi. Tra gli artefici mio cognato, Domenico, e mia sorella, Candida, oltre allo zio Peppino e a tutti gli altri compagni della sezione (Peppino e Teresa Caniglia, Vincenzo e la moglie, Maria Rosaria Di Santo, Mauretta, Diana, Giustino di Sambuceto, Eumene, Gabriele, Carla, Politi, ed anche un giovane Raffaele Bonanni che, successivamente, prenderà altre strade ma sempre legate al mondo dei lavoratori).
La “colonna sonora” erano Giovanna Marini, gli Inti Illimani, Ivan della Mea, Francesco Guccini, Paolo Pietrangeli… tutta musica politica. I contenuti, largamente internazionalisti e, a parte il Viet Nam, quasi sempre latinoamericani: il Cile schiacciato dalla dittatura, la rivoluzione cubana, …Estenuanti, e un po’ cervellottiche, le discussioni con quelli di Lotta continua, tra cui “ ‘nllucch”, purtroppo scomparso recentemente.
A Lecco con il pallino dell’America latina
Il “passaggio” dalla FGCI fu rapido, la “scuola della fabbrica” fa maturare in fretta e precorrere i tempi: a diciott’anni ero già iscritto al PCI. Poi, giovanissimo consigliere provinciale della Provincia di Como (non si era ancora istituita quella di Lecco): Presidente era il democristiano Giuseppe Guzzetti (poi approdato alla presidenza della Fondazione Cariplo). Quella è stata l’unica carica elettiva pubblica che ho ricoperto in vita mia.
Queste attività erano, tutte, totalmente volontarie: salvo che per i funzionari politici a tempo pieno, non esisteva neppure il concetto “attività sociale o politica in cambio di una remunerazione”. Tutto era basato sulla spinta “ideologica” o, per meglio dire, su un profondo sentimento di servizio civico, seppur mediato dalla struttura di partito a cui si sceglieva di aderire (o, come allora si diceva, di “militare”). L’attività di consigliere provinciale, invece, prevedeva dei gettoni di presenza per le sedute a cui si partecipava, ma quei gettoni il consigliere PCI, allora, neppure li vedeva: andavano direttamente ed in toto al partito.
Per un certo periodo rappresentai il PCI anche nel CORECO, Comitato regionale di controllo sugli Atti degli Enti locali, organismo istituzionale – non elettivo – presieduto dal DC Giampiero Omati, con il quale il dialogo continuerà, in contesti totalmente diversi, decenni dopo, insieme ad un altro giovane democristiano lecchese (per la precisione un oggionese), appassionato della sua terra, Cesare Fumagalli, Segretario nazionale di Confartigianato, con cui avrò modo di collaborare a Roma nel mio periodo alla guida dell’IILA. Cesare, purtroppo, morirà prematuramente.
Agli inizi degli anni ’80 entrai “a tempio pieno” nel partito, cioè mi offrirono di fare il funzionario politico (quello che nel primo dopoguerra veniva definito “rivoluzionario professionale”). Ancora ricordo Giuliano Sanvito, Enzo Bergamaschi ed Enrico “Richetto” Fumagalli che, d’accordo con l’allora Segretario provinciale, Tommaso Meschi, vennero ad attendermi all’uscita dalla fabbrica per portarmi alla riunione in cui mi fecero la proposta. Accettai. Come rifiutare? Avrei percepito il medesimo salario di operaio metalmeccanico (questa era la monastica regola ancora vigente nel PCI) ma per fare, a tempo pieno, ciò che ormai era la mia vera passione: la politica. Mi accertai solo che effettivamente il salario non fosse inferiore a quello della fabbrica: non dovevo pensare solo a me ma anche a mia madre, che percepiva la striminzita pensione di riversibilità (mio padre era morto nel 1970), e a mio fratello minore, Giuseppe, ancora piccolo. Avuta questa assicurazione abbandonai la ditta König (catene da neve) di Valmadrera, l’ultima delle tante fabbriche dove avevo lavorato, e iniziai l’avventura: funzionario politico del PCI nella Federazione di Lecco.
Il primo incarico operativo fu quello di Responsabile provinciale per il “lavoro politico nelle fabbriche”. Cioè organizzare il rapporto con gli operai iscritti al partito (in molte fabbriche esistevano le cosiddette “cellule” del PCI) e mantenere il costante rapporto con i sindacalisti comunisti della CGIL (praticamente il 90%), inquadrati nella famosa “componente”, le cui riunioni dovevo indire e gestire. Questa esperienza si rivelò interessantissima, perché mi permise di liberarmi di un certo operaismo arcaico di cui ero imbevuto, avendo sempre lavorato nelle piccole e medie officine e mai nelle grandi fabbriche del territorio (dove esisteva una classe operaia organizzata, forse un po’ “aristocratica” ma indubbiamente adulta e matura).
Nelle “fabbrichette” le relazioni di lavoro e sindacali – pur evolute, dopo la grande spinta dell’autunno caldo ’69 – erano ancora ad uno stadio primordiale. Imparai a capire quanto importanti fossero le relazioni industriali, il ruolo del sindacato e l’importanza della sua autonomia (cosa che strideva con il retaggio del passato stalinista che ancora ci portavamo appresso: una delle sue manifestazioni più evidenti era la prassi di considerare il sindacato una semplice “cinghia di trasmissione” del partito tra i lavoratori. Quante riunioni di “componente comunista” della CGIL provinciale ho indetto e gestito in quel periodo…!
Molti operai del PCI, da Fiorenzo Invernizzi, operaio della SAE dalla forte personalità, a Lucia Codurelli del Tubettificio Ligure, che da pensionata verrà eletta deputata PD, da Enrico Sesana a Giovanni Corti, entrambi cislini della FIM, e a moltissimi altri, mi aiutarono a capire l’importanza di una relazione moderna e matura con il mondo imprenditoriale. Dura, quando era necessario, ma dialogante e addirittura collaborativa ogni volta che ve ne fossero le condizioni.
Lo stesso messaggio traevo dalle chiacchierate con Guido Alborghetti, Carla Zanetti, Gennaro Furii, Angelo Gandolfi e dalle riunioni con compagni tecnici o professionisti che operavano dall’interno nelle strutture produttive, con una visione non solo operaista: da Vittorio Addis, ingegnere ed esperto di processi produttivi (col quale mai si è interrotto il dialogo), a Sergio Zedda, tra i padri della stagione della medicina del lavoro nelle fabbriche lecchesi, e al suo collega Eugenio Invernizzi, a Ferruccio Arzani, dirigente del Tubettificio Ligure. Ma anche nel mondo sindacale questa visione, che forse si potrebbe definire riformista, si faceva strada e alcuni dirigenti come Remo Viganò, prima, e Vanni Galli, dopo, mi furono di esempio. Solo più tardi conobbi un esponente di caratura nazionale, Pio Galli, Segretario Generale della FIOM (che era stato partigiano delle Brigate Garibaldi sulle montagne lecchesi). Purtroppo potei conoscere solo superficialmente Angelo Airoldi, una sorta di sindacalista-intellettuale. Un esempio paradigmatico fu quello della Moto Guzzi. Ulisse Guzzi, che era stato partigiano, imprenditore di idee progressiste e fondatore del Circolo “Piero Calamandrei” di Lecco, allontanatosi dalla famiglia Guzzi aveva assunto la guida della azienda metalmeccanica Tubettificio Ligure, di Abbadia Lariana, dove aveva strutturato in modo innovativo le relazioni industriali con le maestranze (serbo un carissimo ricordo della vedova di Ulisse, Angela Locatelli, dirigente dell’ANPI). Quando iniziai la mia attività uno dei problemi seri che mi trovai a dover affrontare fu proprio quello della fabbrica delle famose moto…
Un argentino di nome Alejandro
Ero funzionario PCI e responsabile fabbriche, quando mi imbattei in una delle facce meno gradevoli e più odiose del Sud America…
La Guzzi, la famosa fabbrica di motociclette, era in crisi e rischiava la chiusura, come decine e decine di altre fabbriche del territorio che non avevano retto le grandi trasformazioni tecnologiche e l’impatto dei paesi in via di sviluppo sul mercato globale. Gran parte di queste realtà finirono con il soccombere e sparire. Per alcune si apriva la possibilità di salvataggio e rilancio attraverso lo strumento pubblico della GEPI. L’imprenditore di origine argentina, Alejandro De Tomaso, proprietario della omonima casa automobilistica, si era fatto avanti con un progetto di “recupero” della Guzzi. Lo stesso stava facendo con la Innocenti, la Maserati ed altre. Il progetto, se approvato dalla GEPI, avrebbe comportato un ingente finanziamento statale.
De Tomaso era un personaggio spregiudicato, politicamente di ultra-destra, collaboratore e finanziatore dei militari-macellai argentini e legato ai circoli più oscuri e reazionari. Era evidente a tutti come l’operazione fosse la seguente: richiedere gli ingenti finanziamenti pubblici, fingere un intervento di recupero e riconversione e quindi, in breve tempo – ma solo dopo aver intascato i soldi – dichiararlo impraticabile e rimanere con una fetta cospicua dei fondi destinati alla ristrutturazione industriale. Era “evidente”, sarebbe sicuramente andata a finire così, però … non ne avevamo le prove documentali. Questo cercai di dire in una tumultuosa riunione di “cellula” del PCI della Guzzi, a Mandello del Lario, ma senza successo. I compagni della fabbrica erano esasperati, rischiavano il proprio posto di lavoro, ritenevano (prerogativa che li vedeva in buona e numerosa compagnia) di avere “la verità in tasca” e poi, il giovane funzionario era pur sempre il “burocrate” della Federazione: … che ne poteva sapere?! Vinsero loro e, verso le due di notte, dopo oltre cinque ore di durissimo dibattito, il testo che ne uscì – e che divenne un documento – volantino che diffondemmo alla Guzzi e nelle altre fabbriche del territorio- recava a chiare lettere quel giudizio lapidario su De Tomaso: giusto ma … non documentalmente provato. La classe operaia aveva vinto sulla burocrazia di partito.
Qualche settimana più tardi dal Tribunale di Lecco viene recapitato a Viale Dante, 3 (la storica sede della Federazione lecchese del PCI), una querela contro ignoti per diffamazione ai danni di Alejandro DeTomaso! Convocavano l’allora Segretario Provinciale, Meschi, nei panni di legale rappresentante, ai fini di conoscere i nomi degli estensori del testo “diffamatorio” per poterli perseguire legalmente. Il Segretario, ed il responsabile fabbriche (cioè io), riunimmo immediatamente la cellula di fabbrica della Guzzi ma constatammo che gli stessi baldi ed impavidi assertori – nella riunione di alcune settimane prima – delle tesi esposte nel testo incriminato, ora si scoprivano “padri di famiglia” impossibilitati di farsi carico di una vicenda giudiziaria che (ma … a posteriori!), ritenevano più grande di loro. Non avevamo alternative: il Segretario provinciale ed io ci assumemmo la responsabilità della stesura del testo. Fummo difesi dal penalista iscritto al PCI, Edoardo Fumagalli, iniziò per noi una lunga trafila giudiziaria che si interruppe, fortunatamente, grazie al provvidenziale intervento di un indulto.
E…Alejandro De Tomaso? Fece esattamente ciò che gli operai comunisti della Moto Guzzi avevano previsto e, ostinatamente, voluto scrivere sul volantino!
Latinoamericani a Mosca
Poco dopo il mio ingresso in Federazione come funzionario a tempo pieno, a 23 anni, mi venne offerta una opportunità straordinaria, che segnerà una tappa importante nella mia “sprovincializzazione”: fare parte del gruppo di dieci compagni, provenienti da tutt’Italia, per andare sei mesi a Mosca, all’Istituto di Scienze Sociali presso il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche …uff! (ma il nome non ufficiale era più corto: scuola leninista internazionale). Quella fu l’ultima delegazione permanente del PCI alla scuola. Nel dicembre di quell’anno, quando eravamo ormai all’ultimo mese, in Polonia il generale Jaruzelsky attuò un colpo di Stato (che poi si rivelerà per quello che era: una mossa estrema volta a scongiurare l’imminente invasione sovietica), e da Roma ci arrivò l’ordine, con una visita-lampo di Giovanni Matteoli: tutti a casa! Il nostro fu l’ultimo, nessun altro gruppo italiano andò più alla scuola leninista. Era il 1981.
Prima della partenza facemmo una riunione alla Direzione nazionale del PCI, con Antonio Rubbi, che ci diede le indicazioni politiche. Quelle tecniche, invece, Luciano Torquati, che avrei ritrovato anni dopo al Bottegone. Il volo (il mio primo volo) non poteva che essere con Aeroflot! Il gruppo era di 10 compagni provenienti da varie realtà italiane da Pistoia a Reggio Emilia, da Firenze a Napoli, da Bologna a trento. Nominammo Paolo Pinardi, del PCI milanese, capogruppo.
A Mosca ogni tanto andavamo a trovare a casa sua, cioè la casa che lo Stato sovietico metteva a disposizione del corrispondente de l’Unità, un giovane Giulietto Chiesa, appena giunto anche lui e alle prese coni rudimenti della lingua russa. Ci resterà vari anni divenendo uno dei maggiori esperti di quel mondo.
Della esperienza, in pieno breznevismo, a Mosca, di quello che facevamo nella scuola, dei rapporti con il PCI, ecc. …sarebbe troppo lungo parlarne qui. Ma un aspetto vorrei segnalare: la composizione internazionale e multietnica degli ospiti e la presenza latinoamericana (la scuola, un edificio e un parco immensi, tra le stazioni Sokol ed Aeroport della metropolitana, “invisibile” sulle mappe turistiche della città, veniva eloquentemente definito dagli abitanti del quartiere, lo zoo!). Credo che, insieme all’Università Patrice Lumumba, fosse l’unico altro polo frequentato da centinaia e centinaia di stranieri di tutti i continenti. Molti i latinoamericani, tutti membri (quella era la prassi) degli organi dirigenti dei partiti comunisti dei loro paesi. Molto preparati i cileni, abbastanza simpatizzanti nei nostri confronti (allora gli “italiani” erano identificati nel cosiddetto “eurocomunismo”, e molti ne erano affascinati ma, ovviamente, senza mai dirlo apertamente: il controllo occhiuto dei sovietici era proverbiale. Come lo era la battuta sui microfoni spia “persino nei cubetti di ghiaccio”!).
Ero diventato amico di uno di loro, di Valparaiso, ma il nome vero non l’ho mai saputo.
Gli argentini erano tra i più prevenuti e settari. Conobbi alcuni dei compagni paraguayani, che erano passati dalle camere di tortura di Stroessner: mi colpivano per la loro dolcezza, che stonava rispetto ai racconti che facevano. Da loro sentii par la prima volta parlare di guaranì (ed anche parlare “in” guaranì!). Di boliviani, e venezuelani non ricordo. Gli uruguayani erano affiatati, estremamente ortodossi, ma affettuosi verso di noi. Una volta il loro leader, Rodney Arismendi, in esilio nell’URSS, venne a tenere una conferenza nell’auditorium centrale… Il gruppo brasiliano era il più allegro. Ma anche loro, come tutti gli altri che provenivano da paesi sotto dittatura militare, non avevano potuto dire – neppure ai propri familiari – che stavano a Mosca: erano le minime misure di sicurezza. Tristi i salvadoregni e silenziosi i guatemaltechi. Molto vicini a noi i messicani, spesso ci chiedevano di Berlinguer. Volevano nostri libri e documenti. Con uno di loro, Gerardo, divenni molto amico, amicizia che continua tutt’ora.
In quel periodo non potevo neppure minimamente immaginare quanto quelle storie politiche, quel linguaggio castellano-latinoamericano, quel modo di fare …mi sarebbero, in seguito, diventati familiari…
In una occasione toccò a me intervenire al “simposio” interno del lunedi: di fronte a duemila persone di tutto il mondo non precisamente ben disposte nei nostri confronti. Sostenni, ovviamente, le posizioni “eurocomuniste”. Grida di disapprovazione, come sempre, da parte di quelli dei partitini del nord Europa (piccolissimi PC che avevano percentuali di consenso da prefisso telefonico e sopravvivevano aggrappati al rubinetto dei rubli). Nel mio intervento, a sostegno delle mie tesi, citai anche un passaggio de “La storia dell’URSS”, di Giuseppe Boffa, monumentale e non agiografica, opera che, seppur obtorto collo, anche la loro Accademia delle Scienze aveva dovuto inserire “tra le migliori” esistenti.
Il relatore di turno, un cattedratico georgiano di nome Dumny (che, tra le altre lingue, parlava anche l’italiano), ribadì le posizioni ufficiali del PCUS e, seppur senza l’enfasi degli urlatori, fece la lezioncina “lei compagno italiano sbaglia sostenendo che, … ecc. ecc.”. Tutto come da copione. Se non che, qualche giorno dopo, questo Dumny (non ne ricordo il cognome, ma finiva per …shvili, come Stalin e come tanti cognomi georgiani), passò dall’Istituto, chiese di vedermi e, quando restammo a quattr’occhi bevendo caffè italiano della immancabile moka che mi ero portato, con mio grande stupore mi chiese di vendergli il testo di Boffa, perché introvabile nelle biblioteche di partito a Mosca. Andai in stanza, avvolsi in vecchi giornali i due tomi e glieli regalai. La stessa persona che, pochi giorni prima, mi aveva duramente criticato per le posizioni del PCI, dopo una forte stretta di mano, se ne andava tra i cumuli di neve, con il prezioso fagotto sotto il braccio.
Una decina d’anni dopo, in un servizio su la Repubblica, lo intervistavano, presentandolo come uno dei principali collaboratori di Georgji Arbatov, capo del Gosplan e una delle menti economiche della perestrojka… Che fiume carsico la storia…
Il periodo a Mosca mi fece conoscere anche molti giovani russi (esterni ed estranei alla “scuola” e alla politica ufficiale), artisti ed intellettuali, tutti critici verso il loro regime, ed alcuni apertamente dissidenti.
Con alcuni di loro coltivo tutt’ora una profonda amicizia … ma anche questa sarebbe un’altra storia.
Con Turoldo parlando di teologia della liberazione...
Tornato in Italia ed al lavoro di partito, a Lecco, mi rituffai nel lavoro politico, insieme ai compagni, impegnati nelle incombenze dell’attività quotidiana e concreta: da Wolfango Pirelli a Brunetto Crippa e Gino Sala, da Giuliano Sanvito a Enzo Bergamaschi e Pietro Fumagalli, da Umberto Carozzi a Bea Stasi e Giuseppe Conti, da Angelo Gandolfi a Giovanna Rusconi e Angelo Faccinetto e a molti altri.
In quella “zona d’ombra” di cattolici critici verso la gerarchia ecclesiastica, vicini al PCI, “anticiellini” quanto lo si poteva essere nella culla – loro dicevano: nel covo – di CL (e aggiungevano: purtroppo non solo Ugo Bartesaghi ma anche Roberto Formigoni è di Lecco), affascinati dal sandinismo (con quel miscuglio di teologia della liberazione e ortodossia rivoluzionaria incarnate dai fratelli Ernesto e Fernando Cardenal, preti-ministri sandinisti, nella Nicaragua rivoluzionaria) e, anni dopo, ispirati da Gorbachêv e dalla sua perestrojka, … ero visto – del tutto involontariamente e, comunque, illegittimamente – come una sorta di oracolo, sia per la mia esperienza a Mosca sia per le frequentazioni latinoamericane ed i campi di lavoro volontario in Nicaragua.
Ricordo le tante serate a casa di Elena Gandolfi a Galbiate, con David Maria Turoldo: parlando del sandinismo (poco o nulla di Cuba!), dell’America latina, della teologia della liberazione… Con me che, da non-credente quale ero e sono rimasto, faticavo anche solo a capire di “cosa” si parlasse… Raccontavo di Mosca, dei latinoamericani conosciuti lì, poi (nell’84), del Nicaragua visto “direttamente”… In queste discussioni splendide ed oniriche, attorno al vocione di padre David, oltre ad Elena, c’erano spesso Mariuccia Buttironi, Maria Andreotti, Pierfranco Mastalli, Angelino Borghi.
Anche da queste serate (vere e proprie “tertullas” le definirebbero in Sudamerica), trassi ispirazione per proporre che la Federazione del PCI di Lecco organizzasse una serie di conferenze che intitolammo “Pacifismi & pacifisti”. Si parlò di Aldo Capitini, di Gandhi, persino (con evidente forzatura) di Augusto Cesar Sandino. Su Giovanni XXIII parlò, con trasporto, Turoldo. Invitammo anche padre Ernesto Balducci (straordinario pensatore), il prete operaio Franco Barbero, don Giovanni Franzoni (allora Abate di San Paolo fuori le mura), e quel fine intellettuale, e poi ottimo politico, di Ettore Masina, con cui ho coltivato in seguito una lunga amicizia proprio sulle tematiche latinoamericane.
A queste iniziative partecipava sempre Giancarlo Comi di Missaglia, “cattocomunista” curioso di America latina, ma noto soprattutto per essere il re dei pasticceri brianzoli: molti anni dopo, grazie all’Ambasciatore Bahadian, gli regalerò una visita alla splendida Ambasciata brasiliana, Palazzo Doria-Panphili, di Piazza Navona. Con Comi erano venuti a Roma il Sindaco di Casatenovo Antonio Colombo, le mogli, Richetto Fumagalli, e alcuni preti del loro territorio, amici loro.
Sempre a Galbiate, nella indimenticabile casa estiva, sulle pendici del Monte Barro, di Guido Alborghetti e Nini Bartesaghi (amici carissimi, cui sono rimasto indissolubilmente legato), passai altre serate dove i padroni di casa invitavano compagni operai lecchesi, sindaci, sindacalisti e, spesso, dirigenti nazionali di passaggio da Lecco (una volta cenammo con Napolitano, e passavano anche Renato Zangheri, Andrea Geremicca, Romana Bianchi, e molti altri) ma, in questi casi, la politica estera rimaneva sullo sfondo: centrale era sempre quella interna, anche se non solo locale.
Una volta venne a Lecco, per tenere una conferenza pubblica sulla situazione internazionale e sulla politica estera del PCI, un compagno “del Nazionale”, si chiamava Renato Sandri. Toccò a me fargli gli “onori di casa” (a dire il vero mi offrii volontario: leggevo spesso i suoi saggi di politica estera su Rinascita o Critica Marxista, ed avevo una grande curiosità di conoscerlo personalmente), andare a prenderlo in aeroporto e portarlo a cena, al ristorante “Alberi” vicino a Piazza Garibaldi, prima dell’iniziativa pubblica nel salone di Palazzo Falck. Parlammo molto di America Latina. Neppure lontanamente potevo immaginare quanto quell’uomo – colto e dalla “r” affilata, … come il suo temperamento – avrebbe, anni dopo, pesato sulla mia formazione politica e di “esperto” di America latina…
In un’altra occasione riaccompagnai a Milano, con la mia 500, la “mamma” dell’ecologismo italiano Laura Conti, dirigente del PCI: ci fermammo ore a casa sua, dominata dai gatti, a parlare di America latina.
Un segretario provinciale PCI...latinoamericanofilo
Nel 1983, alla veneranda età di 25 anni, venni eletto Segretario provinciale del PCI di Lecco. A quell’epoca era un partito già in fase calante, ci eravamo rinchiusi nel fortino assediato della politica dell’alternativa, la strategia del compromesso storico era fallita (mai effettivamente decollata), la lezione cilena non era stata appresa, gli assassini di Moro avevano svolto egregiamente il loro compito (soprattutto i loro mandanti!), l’effimero governo Andreotti aveva archiviato l’ancor più effimera solidarietà nazionale, il craxismo strabordava su una DC sbandata, “noi” eravamo mestamente tornati ai cancelli di Mirafiori, alla “diversità comunista”, alla questione morale, all’alternativa…: più che una ritirata strategica, una rotta…
In quel clima morì, da combattente triste, Enrico Berlinguer. Di notte ricevetti, come tutti gli altri Segretari provinciali della Lombardia, una telefonata dall’allora dirigente regionale Borghini, che ci informava del grave malore, dell’ictus durante il comizio a Padova. Ci mobilitammo subito (sapevamo ancora farlo) e i funerali a Piazza San Giovanni, attorno a quella bara, a quel vecchio signore con la pipa di nome Sandro Pertini, a quel sovietico sconosciuto (come si chiama? Gorbechoff?), furono uno dei più grandi raduni di massa mai realizzati in Italia.
Alle riunioni regionali, nella sede storica di Via Volturno (il “bottegone lombardo”), indette dal Segretario regionale Gianni Cervetti, a cui subentrò Roberto Vitali, conobbi i miei “omologhi” delle altre Federazioni provinciali. Con alcuni di loro ci ritroveremo anni e decenni dopo sulle tematiche latinoamericane: Beppe Crippa, di Bergamo, che da deputato sarà autore della legge italiana sulla cooperazione allo sviluppo e che, dopo una lunga parentesi nel mondo della cooperazione, e sempre attento alla politica internazionale, si dedicherà anima e corpo alla Bolivia, quale Console onorario nella sua città; Marco Pezzoni, di Cremona, appassionato di politica estera con un occhio di riguardo verso il Sudamerica, che da deputato lavorerà alla riforma della legge sulla cooperazione allo sviluppo; Bobo Borroni, di Mantova, che dopo l’esperienza di senatore e di Sottosegretario all’agricoltura, si impegnerà in una associazione di solidarietà con i bambini cubani e latinoamericani, e che scriverà un gustoso libro “Renato Sandri, un italiano comunista” , sulla vita del suo concittadino. In queste riunioni regionali partecipava una compagna milanese, Dina Caprara, appassionata di politica internazionale e di Uruguay, e conobbi anche la giornalista, della redazione lombarda de l’Unità, Nicoletta Manuzzato che, anni più tardi, darà vita – con Mariella Moresco Fornasier – a varie attività culturali e d’informazione sull’America latina. E tanti altri: da Augusto Rocchi, che dopo il sindacato passerà a Rifondazione comunista, a Pietro Ichino, giuslavorista e poi deputato PD, a Borghini poi “berlusconizzato” (come Sergio Soave e Ludovico “Vichi” Festa), a Marco Fumagalli e Gloria Buffo, a Giancarlo Bosetti, a Ferruccio Capelli, …
L’attività della federazione era scandita dalle campagne di tesseramento e autofinanziamento, dalle campagne elettorali, dalle attività a supporto dei nostri amministratori locali, dalle feste de l’Unità (queste erano sia autofinanziamento che iniziativa politica, attraverso le quali entravamo in contatto con la grande maggioranza degli elettori). Nella festa provinciale dell’Unità del 1984 a Lecco, festeggiammo gli 80 anni di Vera Ciceri Invernizzi, combattente antifascista.
Intanto il mio ufficio di Segretario provinciale si andava riempiendo di libri di autori latinoamericani, o sull’America latina. Per non parlare dei poster e chincaglieria varia. Così come nella Chiesa cattolica tutti i Cardinali votano nel Conclave ma non tutti i Cardinali hanno il medesimo peso, nella “chiesa” comunista anche il Segretario della microscopica Federazione di Lecco (sui tre/quattromila iscritti, sic!), veniva convocato alle riunioni nazionali, alle Botteghe Oscure, dei Segretari provinciali, poteva anche andare a sedersi accanto a quello di Bologna, o di Firenze, o Milano, o Roma ma …i “pesi” erano ben diversi… Cosciente di questa banale verità, quando c’erano riunioni nazionali su questioni organizzative, o sull’assetto degli enti locali, o per decidere candidature, cercavo sempre di “sfilarmi” e di delegare qualcun’altro della Segreteria provinciale (tanto “noi” piccoli non avevamo voce in capitolo). Quando, invece, i temi erano quelli della politica estera, della lotta per la pace e contro i missili nucleari, della cooperazione e solidarietà internazionale, … allora facevo di tutto per andarci (sempre con la segreta speranza che si parlasse anche di America latina).
Seppi della nave della solidarietà, con una delegazione di giovani comunisti guidata da Massimo D’Alema, che portò aiuti al Nicaragua sandinista: ne fui entusiasta…
In occasione di questi incontri nazionali ascoltavo gli interventi di Giorgio Napolitano, di Renato Sandri, di Gianni Cervetti, di D’Alema, di Sergio Segre, di Antonio Rubbi, Romano Ledda, di Fassino, di Tom Benettollo, Massimo Micucci, Marisa Rodano, di Dina Forti, dell’allora responsabile per l’America latina, Claudio Bernabucci, e di tanti altri…Qualche volta intervenivo, ma il più delle volte ascoltavo, prendendo quintali di appunti (sono sempre stato un eccellente ascoltatore).
Venne a Lecco in quel periodo per una iniziativa pubblica, Piero Fassino, allora Segretario della Federazione di Torino, entrò nel mio ufficio e rimase colpito dalla quantità di libri e manifesti riguardanti l’America latina… Se ne sarebbe ricordato più avanti.
Per via dei miei “trascorsi moscoviti” mi ero iscritto all’Associazione Italia-URSS. Ma, ovviamente, non mi facevo mancare nulla: dalla tessera dell’Associazione Italia-Cuba a quella dell’Associazione Italia-Nicaragua, strette nel portafogli insieme a quella del PCI (la prima!), della FIOM, dell’ANPI, ma anche dell’AVIS e dell’AIDO.
Fu così che in un numero del mensile dell’Associazione Italia-Nicaragua, leggendo un articolo firmato Luisa Morgantini, scoprii i “campi di lavoro volontari in Nicaragua”. Una vera folgorazione. Della Segreteria provinciale eravamo interessati in due: io e un altro giovane compagno della mia età, Wolfango Pirelli, di Varenna, responsabile organizzativo (lo aspettava un futuro di ottimo sindacalista sia nazionale, nel sindacato scuola, che locale, guidando la Camera del Lavoro di Lecco). Andai io, e quel viaggio divenne per me molto importante, una specie di snodo.
Campo di lavoro nel Nicaragua sandinista
Mi iscrissi al campo di lavoro volontario. Feci una riunione preparatoria a Milano con la Morgantini (che poi diventerà Vice Presidente del Parlamento Europeo), usai le vacanze estive e i miei pochi risparmi e, con un low cost di allora, cioè un volo Aeroflot, un Iliuscin che fece scalo a Mosca (ottima opportunità per rivedere i vecchi amici), rifornimento a Shannon, nuovo scalo a L’Avana e, finalmente, Managua: avevo fatto la mia prima trasvolata dell’Atlantico.
Era l’estate del 1984: potevo immaginare quante altre volte in futuro avrei percorso quella rotta…? Ero giunto nel Nicaragua della rivoluzione sandinista dell’FSLN, dei “nove comandanti”, dei preti-ministri, della sfida agli USA, dell’esercito non contro ma al servizio del popolo… ne rimasi estasiato.
Fortuna volle che capitassimo nella settimana in cui si teneva un grande forum internazionale, sotto un enorme tendone da circo nello spiazzo antistante l’Università quindi, il contingente di cui facevo parte ritardò l’andata a Telica, paesino a nord di Leon dove (fingendoci muratori) dovevamo costruire una specie di centro sociale per i bambini, e rimanemmo più tempo a Managua.
Ogni giovane “internazionalista” abitava a casa di una famiglia nicaraguense; la mia viveva vicino al Mercato Roberto Huembes, una casa modesta ma piena di vita, con tanti bambini e la piccolina, Arlen, che era la mascotte. Una delle sorelle, Nubia, anni dopo sposerà un italiano e andrà ad abitare in provincia di Bergamo, mentre Luisito verrà invece ucciso dai “contras” al primo anno della leva militare.
Al forum assistetti a tutti gli incontri politici (era la mia passione): con Miguel D’Escoto, Tomas Borge, Sergio Ramirez, Doris Tijerino, Jaime Weelock, Henry Ruiz, Gioconda Belli, Victor Hugo Tinoco, Daniel Ortega, i fratelli Cardenal, Dora Maria Tellez (la comandante dell’insurrezione di Leon, momento cruciale della cacciata del dittatore Anastasio Somoza, la quale – se fosse nata maschio – sarebbe stata uno dei “nove” …ma di questo me ne accorsi anni dopo… come pure ho capito solo successivamente che attorno a poche famiglie, quella Chamorro in testa, continuava a girare gran parte della politica ed economia del paese).
C’erano anche molti esponenti politici latinoamericani e, in particolare delle guerriglie di El Salvador, l’FMLN (emozionante l’incontro con la comandante Ana Guadalupe Martinez, più tardi parlamentare della DC salvadoregna), e del Guatemala, l’URNG. Il momento più esaltante ed entusiasmante fu la festa per il V anniversario della rivoluzione: in una immensa spianata si concentrò circa un milione di persone – un terzo della popolazione del paese – per ascoltare quel noioso oratore che era (ed è rimasto, anche da dittatore) Daniel Ortega… Poi andammo a fare i muratori volontari a Telica…
Tornai una seconda volta in Nicaragua nel 1987. In quella occasione conobbi Gianni Beretta, un brianzolo, anche lui ex operaio, il principale e più attento cronista italiano del Nicaragua e del centroamerica dalle onde della milanese Radio Popolare e dalle colonne del manifesto (e successivamente dalla radio e dalla televisione della Svizzera italiana), cui da allora mi lega una profonda amicizia, e conobbi Willy ed Ingrid, lui piemontese del PCI e lei costaricense: ci rivedremo molte volte in vari contesti.
Dal campo di lavoro rientrai a Lecco consapevole che questa esperienza aveva segnato uno spartiacque nella mia vita. Come ai tempi del rientro da Mosca, anche il rientro da Managua non risvegliò granché l’interesse dei miei compagni; invece si infittì il dialogo con quella fascia di mondo cattolico che aveva come riferimento padre David Maria Turoldo.
Scrissi reportage sul campo di lavoro italo-nicaraguense per il mensile della Federazione PCI, La nuova voce di Lecco.
Gli amici della, allora, giovane cooperativa Eco ’86, Elide Rabozzi e Augusto Piazza, pubblicarono sul loro calendario alcune foto di vita quotidiana, che avevo fatto a Managua: in una di loro svetta il bel sorriso della piccola Arlen accanto alla mamma.
Ormai la mia attenzione era costantemente rivolta alle tematiche latinoamericane, ma era una passione intima e vissuta in modo alquanto riservato: leggevo libri, articoli (quelli di Sandri e Marco Cantarelli – che ora anima il sito ANSXXI – su Rinascita, di Gianni Beretta ed Aldo Garzia, e successivamente Maurizio Matteuzzi, sul Manifesto, di Saverio Tutino, Giorgio Oldrini, Guido Vicario, Nuccio Ciconte su l’Unità, Giangiacomo Foà e Maurizio Chierici sul Corriere della Sera, Pablo Giussani e poi Tutino – anni dopo Omero Ciai – su La Repubblica, Livio Zanotti e Mimmo Candito su la Stampa), le splendide telecronache RAI di Italo Moretti, quando era possibile assistevo a convegni, …la domenica pomeriggio, rientrato dalla scarpinata in montagna, immancabilmente, ascoltavo “Los aretes que le faltan a la luna”, trasmissione latinoamericana di Radio Popolare di Milano: anni più tardi conoscerò di persona una di quelle voci che ormai mi erano diventate così familiari e che tanto mi coinvolgevano, Alfredo Somoza, italoargentino, giornalista, scrittore, artefice di buona cooperazione e, da allora, caro amico. Comunque, ero convinto che tutto si fermasse lì. Un hobby privato coltivato nei ritagli di tempo libero.
Ogni tanto, in Piazza Garibaldi, incontravo Giorgio Mazza, viaggiatore lecchese che, con la sua bicicletta Annibale, anno dopo anno inanellava (e continua a farlo! ), tratti di strade per un giro del mondo, a puntate. Erano sempre racconti bellissimi, affascinanti, sorprendenti e seducenti: la mia curiosità era soprattutto per i tratti di percorso a sud del Rio Grande… www.giorgiomazzadidante.it
Un’offerta che non si può rifiutare
Il lavoro politico quotidiano si articolava in riunioni nelle sezioni – una sessantina su novanta comuni, da Colico a Casatenovo, dalla Valsassina a Merate a Calolziocorte – sulle scelte politiche da fare nei municipi (sia quelli che amministravamo, pochi, sia dove eravamo opposizione, tutti gli altri), sulle campagne elettorali, sulla “conquista” dell’Ente Provincia per Lecco (ancora non so se esserne orgoglioso o meno). Tante le iniziative pubbliche, le polemiche con il PSI di Polverari e con la DC di Golfari, le riunioni a Milano, al Comitato regionale diretto, con piglio migliorista, da Cervetti, e a Roma (Bottegone o Frattocchie), le riunioni della “componente”, le feste de l’Unità (dove sempre cercavo di inserire qualche iniziativa sui temi dell’America Latina) … E, quando possibile, mi cimentavo con la scrittura. Ad esempio nell’88, scrissi un pezzo sul Nicaragua per l’Esagono, mensile del territorio brianzolo fondato e diretto da Roberto Isella.
Nel 1986, dopo i primi tre anni di mandato, venni rieletto segretario provinciale per altri tre anni. E nel 1989 scadeva il secondo ed ultimo mandato. Non interessato, per ragioni politiche, ad un passaggio fisiologico al Comitato regionale “cervettiano”, avevo accolto l’offerta dei miei amici di entrare a lavorare nella cooperativa Eco ’86 (oppure sarei tornato in fabbrica). Poco prima del Congresso della Federazione di Lecco ricevetti una telefonata di Fassino (che nel frattempo era sbarcato a Roma, giovane membro della Segreteria nazionale del PCI, con la prospettiva di dirigere la politica estera, allora guidata da Napolitano nel “Governo-ombra”, e da Rubbi al partito): mi chiese di andare a Roma perché mi doveva parlare.
Ci incontrammo nel suo ufficio a Botteghe Oscure e, con mia enorme meraviglia, mista a sconcerto, mi propose di andare a Roma, alla Direzione nazionale del PCI, alla leggendaria Sezione Esteri, per occuparmi di relazioni con l’America latina. Ero stordito, non credevo alle mie orecchie. Da quando era stato a Lecco, anni prima, mi aveva evidentemente “tenuto d’occhio”, ricordandosi la mia passione politica per l’America latina. D’istinto reagii dicendo che ero lusingato, che lo ringraziavo tanto, ma che non potevo accettare: ero sì un appassionato, ma non certamente un esperto di quel continente, non avevo formazione accademica, non conoscevo le lingue,… in poche parole: ero solo un operaio. Lui si accalorò, quasi si arrabbiò, ribattendomi che la base indispensabile era il forte interesse per un tema e la volontà di lavoro (abbondavo in entrambi): le lingue s’imparano, e la formazione accademica non era imprescindibile perché la vera, ineludibile condizione richiesta era essere un dirigentepolitico saper affrontare le situazioni ed i problemi, e saperlo fare in termini politici, non accademici né burocratici, e con forte senso di responsabilità.
Mi disse che dovevo togliermi dalla testa certe sovrastrutture tardo-leniniste di chi pensa che nel partito ci debbano essere tutte le competenze, e aggiunse: le competenze vere devono stare nelle Università e nei centri studi, ed il partito deve saperle cercare e recepire, ma dentro il partito debbono starci i dirigenti politici, che hanno competenze che gli accademici non hanno!
Mi convinse. Accettai.
Immediatamente dopo il Congresso della Federazione di Lecco mi trasferii a Roma.